quando qualcuno a differenza di altri PRENDI CLICK PIACIONI ci mette la faccia
Proprio pochi giorni fà avevo messo un articolo chiedendo informazioni sensate. Questo articolo è uno di quelli
La posizione espressa dagli “esperti anti-bufale” dell’Ordine nazionale dei medici, che rispondeva sulla possibile cancerogenicità delle sigarette elettroniche, ha di fatto rilanciato tesi allarmistiche riguardo la presunta capacità di tali dispositivi di causare il cancro. In un Paese in cui il fumo tradizionale causa decine di migliaia di decessi ogni anno, una corretta informazione su questo tema è indispensabile. Per questo, ritengo doveroso bilanciare una narrazione sinora parziale e metodologicamente carente.
La riduzione del danno
L’impalcatura di queste teorie si regge su un espediente retorico ben noto: si attribuisce alla comunità scientifica la pretesa di aver conferito un “titolo di sicurezza” assoluta alle e-cig, per poi poterlo smentire ad arte. Eppure, nessun medico può sostenere che lo svapo sia innocuo. Il paradigma clinico di riferimento è, invece, la riduzione del danno. È ampiamente dimostrato che chi non riesce a smettere di fumare può abbattere i rischi di circa il 95% passando all’elettronica, come evidenziato storicamente dall’agenzia britannica Public Health England.
La presunta cancerogenità
L’allarme sulla presunta cancerogenicità si appoggia invece a una revisione australiana che difetta delle basi stesse dell’epidemiologia clinica. In primo luogo, non analizza dati sull’uomo, ma si limita al monitoraggio di biomarcatori cellulari e a test su topi sottoposti a scenari di esposizione all’aerosol elevati ed irrealistici. Inoltre, gli autori ignorano il principio base della tossicologia per cui “è la dose che fa il veleno”, presentando qualsiasi sostanza sospetta come cancerogena anche se presente in tracce minime e clinicamente irrilevanti. Il fumo di tabacco sprigiona migliaia di agenti chimici, di cui almeno 158 noti per essere tossici o cancerogeni. Come dimostrato dai ricercatori del King’s College di Londra, nel vapore dell’e-cig tali cancerogeni sono totalmente assenti o, se presenti, si attestano per lo più a livelli inferiori all’1% rispetto al fumo combusto. Si omette, quindi, la vasta letteratura che dimostra la riduzione dell’esposizione a sostanze cancerogene nei fumatori che passano allo svapo.
Il bias di selezione
A questa debolezza metodologica si aggiunge l’inaccettabile bias di selezione. Le ricerche di questo tipo prendono spesso in esame ex fumatori di sigaretta tradizionale di lungo corso, attribuendo all’attuale uso dell’e-cig i danni sistemici rilevati. Così facendo, si omettono decenni di pregressa esposizione al catrame e alle migliaia di sostanze tossiche del fumo combusto. Il “peccato originale” del danno patologico risiede palesemente nella combustione passata, non nel vapore.
Per puntellare ulteriormente questa tesi traballante, viene persino rispolverato lo spauracchio della crisi “EVALI”. Si tratta di una strumentalizzazione anacronistica. I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta hanno chiarito in via definitiva che quelle lesioni polmonari non derivavano dai normali liquidi per e-cig, ma dall’acetato di vitamina E utilizzato in cartucce illegali al THC vendute sul mercato nero. Decontestualizzare questo evento significa alterare la realtà dei fatti.